Le Confraternite

 

 

Nel dopoguerra, prima che iniziasse il lento dissolversi dei riti della Pasqua, arrestatosi poi nel Duemila, oltre a quella dell’ospedale-scrive Nonuccio Anselmo-, altre sette confraternite bianche prendevano parte alla processione del Venerdì santo: del Nome di Gesù, del Rosario, del Soccorso, di Sant’Elena e Costantino, dell’Immacolata concezione, del Carmelo, di San Giuseppe d’Arimatea.


Compagnia dei Bianchi dello Spirito Santo

La storia della spedalità del paese di Corleone è stata per secoli connessa all’attività della Compagnia dei Bianchi dello “Spirito Santo” infatti sono riusciti prima a realizzare e poi a gestire, sino alla metà del ‘900, l’ospedale dedicato allo “Spirito Santo” prima e a “Vittorio Emanuele III” dopo. La Compagnia fu costituita presumibilmente tra l'ultimo decennio del '400 e i primi due decenni del '500 dagli esponenti delle più importanti famiglie della città, che si fecero carico di costruire un nuovo ospedale nel centro abitato situato nel quartiere dell’Annunziata. La Compagnia e il suo Ospedale hanno svolto il servizio ospedaliero, integrandolo con l'assistenza religiosa per i ricoverati, secondo le tassative prescrizioni della autorità ecclesiastica. Non meno importante è nella vita della Compagnia la cura e l’assistenza ai poveri “in cura gratuita per non perire miseramente”. Non è chiaro ancora, fino a quando dura il coinvolgimento diretto dei confrati nella gestione quotidiana dell’'Ospedale, ma certamente alla fine del XVII secolo essi saranno chiamati solo ad un controllo della attività assistenziale. Tra il XV e il XVI, la Compagnia dei Bianchi decise di allestire la celebrazione del Venerdì Santo, che continua ad essere una delle più importanti celebrazioni religiose del paese. Annesso al complesso monumentale del vecchio Ospedale, si trova l’Oratorio della Compagnia dei Bianchi dello Spirito Santo, che si presenta a pianta ellittica impreziosito ai quattro lati dalle statue in stucco di San Rocco, San Leoluca, San Sebastiano e di Santa Rosalia, dal presbiterio absidato che accoglie un pregiato altare ligneo policromo, del XVII secolo di autore ignoto, con decoro a finto marmo e dorature, poggiato su un basamento in marmo rosso con gradini, provenienti dalla vicina cava di contrada Scalilli. Un maestoso e ricco apparato decorativo in stucco si sviluppa lungo le pareti e la volta dell’oratorio per poi terminare, nella calotta absidale, con la figura in rilievo del Padre Eterno con attorno un nugolo di putti svolazzanti, opera appartenente al corleonese Leoluca Guarneri alla fine del XVIII secolo. Notevoli anche le due statue in legno policromo e dorato di San Paolo e Sant’Andrea, appartenenti al XV secolo. Di notevole importanza artistica era il pavimento in mattoni di maiolica raffigurante il “Transito di San Giuseppe” opera di Nicolò Sarzana e datato MDCCV ma trafugato nel 2007. Oggi la Compagnia apre le porte dell’Oratorio solo per il giorno del Venerdì Santo, per l’uscita del simulacro del Cristo e per il rito del “bacia piedi” al simulacro del Cristo Morto da parte di tutti i confrati, che conclude la lunga giornata del Venerdì Santo.  



Confraternita Sant'Elena e Costantino

Quella di Sant’Elena, che esisteva già alla fine del Trecento, è la più antica in assoluto; quella di San Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, è invece la più giovane. Tutte le altre nacquero in poco più di un secolo, dalla metà del Cinquecento alla metà del Seicento. Se la chiesa così come oggi è giunta a noi, è una ricostruzione del diciassettesimo secolo, di essa si trova già traccia in alcuni atti notarili della prima metà del Trecento, mentre la confraternita si ritrova già in un atto del 27 gennaio 1393, redatto dal notaio de Florentia, per la transazione di un debito. Anche le fortune economiche della chiesa e della compagnia sono della fine del 1300. Nell'83 è certo il loro possesso del feudo di S. Ippolito che, con un atto del notaio Nardino de Pittacolis viene concesso in enfiteusi perché venga condotto a seminativo ed a pascolo. Sul feudo di S. Ippolito - e sugli altri due che col tempo erano finiti sotto l'ala protettrice della chiesa, Sant'Elena e Piano di scala - la compagnia avrebbe costruito le sue fortune. E attorno al possesso, insolito per quei tempi, di una tale estensione di terreno, ha ruotato gran parte della vita della confraternita, i cui membri ancora fino a qualche anno fa, seicento anni dopo, ricevevano una sorta di ormai risibile dividendo.  



Compagnia Maria SS. del Monte Carmelo

La confraternita del Carmine, dovette sorgere anch'essa nella seconda metà del Seicento. La prima data documentata della sua esistenza è il 2 novembre 1663, giorno in cui i rappresentanti della confraternita e quelli del convento dei carmelitani si presentarono al notaio corleonese Giuseppe Palmeri per sottoscrivere l'atto con cui i carmelitani concedevano un pezzo di terra nell'orto del convento alla compagnia per costruirvi l'oratorio. I padri carmelitani si trovavano a Corleone da secoli, forse dal Trecento, e comunque sono già citati in un atto del 1400. Al loro arrivo si erano sistemati al piano delle Donne, zona, a quanto pare, destinata a chiese e conventi, ma che non era delle migliori. Così ben presto il priore padre Giuseppe Veneziano, chiese al cardinale Alessandro Farnese, titolare dell'archidiocesi di Monreale, il permesso di trasferire il convento. Permesso che venne accordato con una Breve il 15 novembre del 1572. Il trasferimento fu reso possibile anche da un atto di donazione di sei anni prima. Nel 1566, infatti, un devoto aveva regalato ai frati una casa ed una tela, ritenuta miracolosa, della Madonna della Savona. Quattro anni dopo il trasferimento, i padri carmelitani avevano acquistato altri immobili nelle adiacenze e così si era potuta realizzare anche l'attuale chiesa del Carmine. Siamo quindi al 1576. Quasi un secolo dopo sarebbe venuto l'atto che consentiva alla compagnia di costruire un proprio oratorio. Alla luce della cronologia riportata, sembra difficile che la compagnia esistesse in precedenza. C'è infatti un dato comune a tutte le confraternite, che è anche uno dei pilastri sui quali esse poggiarono: l'esigenza di avere una sepoltura ed un oratorio nel quale riunirsi. Né della prima né del secondo si trovano precedenti. Ma c'è ancora un dato che depone a favore della tesi che il 1663 - data di costruzione dell'oratorio - sia anche la data di nascita della compagnia. Infatti, l'atto di concessione del terreno per l'oratorio, è riportato nel "rollo primo della Venerabile Compagnia del Carmine, Littera A. La partecipazione dei confrati del Carmelo alle funzioni del Venerdì Santo corleonese è antichissima e documentata. Sul sacco bianco indossano ancora oggi il gilet viola, l'abitino - in altri termini - della Madonna del Carmine, da poco riportato all’antico decoro.



Compagnia SS. Nome di Gesu'

.Del Cinquecento è molto probabilmente la nascita della confraternita del Nome di Gesù (Nommu di Jesu), anche se la data ufficiale è quella del 12 dicembre 1650, giorno in cui vengono pubblicati i capitoli. In realtà, essa di fatto esisteva già da moltissimo tempo se un secolo prima, nel 1550, il nobile Andrea de Gennario la cita nel suo testamento. Un secolo dopo, nel 1650, monsignor Francesco Roano, vicario generale dell’arcivescovo do Monreale, avendo constatato che la era priva di un codice di comportamento, ordinò che si stilasse lo statuto. Era aperta a chiunque e ciò, per l’epoca, era un fatto parecchio avanzato. Uniche condizioni: che si trattasse di “uomo virtuoso e di buona fama” e che fosse “ammesso a voci dalla maggior parte dei fratelli.” La confraternita era stata fondata nella chiesa che è comunemente chiamata dell’Annunziata. Una chiesa antichissima se esisteva già nel 1388, anno in cui viene menzionata in un atto del notaio Nardo de Pittacolis (17 luglio). Sorgeva in quella che oggi è la via Firmatari, quasi all’altezza del portone dell’ospedale vecchio. Secondo alcune fonti, l’attuale chiesa sarebbe stata ricostruita nel Seicento, ma secondo don Giovanni Colletto, che sembra più circostanziato, la nuova chiesa, nell’attuale posizione, sarebbe stata eretta nel 1768, anno in cui furono meglio sistemati i locali dell’ospedale. La chiesa dell’Annunziata sarebbe stata spostata sulla piazza, restando incorporata nei locali ospedalieri. Questa vicinanza fisica dei confrati del Nome di Gesù con i Bianchi dell’ospedale finì per far stringere i rapporti tra le due compagnie. Questa compagnia era sparita, senza mai morire, negli anni Sessanta del Novecento. E’ stata ricostituita, con ben cento confrati, nel 2010.


Compagnia Maria SS. del Soccorso


Agli agostiniani e alla loro chiesa è legata la storia della confraternita che ha eletto a patrona la Vergine del Soccorso, la cui statua di legno del diciassettesimo secolo si conserva nella chiesa. Gli agostiniani, che a Corleone arrivarono probabilmente subito dopo la cacciata dei saraceni, ma che dentro le mura si trasferirono nel Trecento, dovettero svolgere in paese un’importante attività sociale, oltre che religiosa. Attorno a loro, quindi, dovettero sorgere dei gruppi laici e il convento dovette diventare un punto di riferimento nella vita sociale della città. Agli agostiniani, per esempio, si rivolsero i confrati della Cintura nel momento in cui decisero di costituirsi in società bianca. Le confraternite della Cintura erano associazioni religiose nate a cominciare dalla fine del Quattrocento. Gesù - racconta Luca (12,35) – esortando i credenti alla vigilanza sulla loro fede , aveva detto: “I vostri fianchi siano cinti e le vostre lampade accese.” I confrati, in memoria di ciò e in segno di penitenza portavano una cintura nera. A Corleone esisteva una di queste confraternite. Di essa non si conosce la data di nascita. E’ questa confraternita che darà vita alla compagnia bianca del Soccorso, i cui membri, appunto per la loro origine, sul sacco portavano una cintura di pelle nera. L’abbigliamento era completato da una mantella anch’essa nera e, per gli anziani, da un gilet nocciola chiarissimo. Nel gennaio del 1618, in dodici si presentarono al priore del convento, don Damiano Catania. Gli dissero che i confrati della Cintura pensavano di costituirsi i società bianca e chiesero se il convento era disposto ad ospitarla. La risposta fu positiva, così il 30 gennaio nacque ufficialmente la Società del Soccorso, di cui Nicola Amore fu il primo presidente e Battista Briganti e Vincenzo Dabrignano i primi consiglieri. Anche i confrati del Soccorso erano scomparsi da tempo, dagli anni Sessanta del Novecento, gli anni dell’abbandono. Ma la mantella nera degli agostiniani è stata la prima a fiutare il vento nuovo che nei primi anni del terzo millennio ha cominciato a soffiare sui riti del Venerdì santo. Il 2009, infatti, ha segnato la rinascita della compagnia. Il 29 marzo, dodici nuovi confrati sono tornati ad indossare il sacco bianco, la mantella e la cintura neri nella chiesa di Sant’Agostino.



Compagnia Maria SS. del Rosario

.Tommaso Fazzello, domenicano colto e storico, venne a Corleone a predicare per la quaresima del 1547. Riuscì ad infiammare gli animi. Tutti chiesero di avere in città un convento del suo ordine. I domenicani non se lo fecero ripetere due volte. Si sistemarono nella chiesa di San Nicola, al Piano delle Donne, che in seguito sarebbe stata rasa al suolo dalle frane. I frati decisero di costruirsi un nuovo convento, quello giunto fino a noi (anche se è cambiato il padrone), come si desume da un atto del notaio Agnello del 10 settembre 1554. La chiesa fu invece completata nel secolo successivo, mentre nel 1606 fu acquistata un’attigua casa per aggregarvi l’oratorio della Compagnia del Rosario, nata con l’arrivo dei domenicani. In un libro sul quale venivano segnati i legati della confraternita, compilato tra il 1734 e il 1735 – l’assento di numero tre – è scritto che “la nuova compagnia del SS.mo Rosario fu fondata dentro la chiesa del venerabile convento di San Domenico di questa città nell’anno 1571”. Questo 1571, nella pagina successiva, diventa 1750 (2 aprile). Comunque, siamo agli inizi degli anni Settanta del Cinquecento. Se questa è la data ufficiale di nascita della compagnia, comunque doveva esistere in precedenza un’aggregazione che le diede vita, altrimenti non si comprenderebbe quel nuova. Del resto, secondo qualche fonte, pare che l’oratorio del Rosario funzionasse già fin dal 1563. Questa data è molto verosimile perché vicina agli anni del fervore domenicano a Corleone e perché immediatamente successiva a quella d’inizio della costruzione del convento. Probabilmente, dopo un primo splendore ed un successivo decadimento, nel 1570, a convento già ultimato, essa dovette essere rifondata. Ovvero fu quello il momento del riconoscimento ufficiale. Trentasei anni dopo, ultimata la chiesa di San Domenico, sarebbe stato ampliato e sistemato diversamente anche l’oratorio. Sul finire degli anni Cinquanta, la compagnia – come altre - s’è addormentata. Soltanto in un momento di rinnovato fervore attorno ai riti del Venerdì santo, la confraternita è stata rivitalizzata nel 2010. I trentatre confrati sono tornati per le strade del paese il 2 aprile, nel medesimo giorno in cui era accaduto quattrocentoquaranta anni prima.



Confraternita San Giuseppe d'Arimatea

L’ultima confraternita bianca sorta in ordine di tempo è quella di San Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo. Nel 1760 non esistono i servizi cimiteriali, anzi non esistono proprio i cimiteri. C’è un problema nei trasporti dei cadaveri alla sepoltura e nasce allo scopo una compagnia, detta "dei vagabondi", che si impone come opera di pietà tale servizio. La fonda, nella chiesa della Trinità, il canonico Gaspare Ciampallari. E proprio per le funzioni che è destinata ad esercitare, prende il nome di San Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo, i discepoli che deposero dalla croce il cadavere di Cristo e lo seppellirono. La compagnia non ebbe vita facile. Più volte si sciolse e più volte venne ricostituita. Nel 1803 provvide alla sua rinascita il canonico Michele Scarpinati nella chiesa di Santa Caterina. A quel punto la compagnia avvertì la necessità dello statuto. Ma ancora una volta la compagnia dovette scomparire se nel 1932 essa venne ricostituita. Ormai non c’era più la necessità del trasporto dei defunti e nel 1938 essa venne elevata a confraternita bianca dall'arcivescovo di Monreale monsignor Filippi. I confrati di San Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo, che sul sacco bianco portano una mantella rossa, cominciano da questa data il cammino che li porterà allo scontro con i Bianchi dell'ospedale prima e a sostituirli integralmente poi, nell’ultimo decennio del Novecento. Venuti meno i compiti per cui la Compagnia dei vagabondi era nata, tutte le attenzioni si rivolsero al capitolo diciassettesimo dello statuto, nato non si sa bene in virtù di quale reale diritto e che sarà alla base della vertenza con i Bianchi dell'ospedale, che dice: "Li suddetti confrati sieno in ogn'anno il giorno del Venerdì santo obbligati portare sù le loro spalle la Bara di nostro Signore Gesù Cristo deposto dalla S. Croce, e condurlo con l'associo di tutta la Fratellanza con Corona di Spine, e Libano con candele alle mani, con inalberare ancora la Santa Croce, e fare tutti gli esercizi di pietà con tutte le altre Confraternite e Compagnie". La confraternita scomparve ancora durante la seconda guerra mondiale. Rinacque nell'immediato dopoguerra ed è riuscita a resistere, con pochissime consorelle, ai colpi del tempo e delle mutate esigenze sociali che hanno fatto cadere in un oblio temporaneo, che sembrava definitivo, le altre più antiche e blasonate.



Confraternita  Maria SS. Addolorata

Intorno alla metà dell’Ottocento, nei riti della Pasqua e soprattutto nella processione notturna del Venerdì santo, entra prepotentemente in scena la statua dell’Addolorata, la Vergine dei sette dolori.Con lei, entra altrettanto prepotentemente in scena la sua poderosa confraternita, antica di 267 anni: i “Servi di Maria SS. Addolorata” E’ una splendida statua realizzata a Bivona nel 1750. La Madonna ha il volto delicato, gli occhi imploranti e increduli rivolti al cielo, le mani incrociate sul grembo, con le dita che spasmodicamente stringono un fazzoletto di pizzo, un pugnale d’argento piantato nel petto, all’altezza del cuore, a sottolineare l’atroce dolore di una madre che ha visto uccidere il figlio.

Anche la chiesa a Lei dedicata fu consacrata nel 1750. Sorge su quella che è sempre stata la via della. La costruì con l’aiuto del padre e di alcuni fedeli, un giovane sacerdote, Giuseppe Toscano, che a questa impresa dedicò tutta la sua breve vita. L’area ottenuta dal comune sulla sponda del fiume, non era delle migliori, sghemba e pietrosa. Ma don Toscano aveva buoni ammanigliamenti con domenicani e oratoriali e da questi dovette avere buoni architetti della scuola rosminiana. La chiesetta fu completata nel 1749 e il 14 gennaio 1750 fu “dichiarata canonica dall’archidiocesi di Monreale come luogo di culto della Beata Maria Vergine dei sette dolori in Corleone”, come informa un diploma conservato nello stesso tempio. Fu lo stesso don Giuseppe ad ordinare a Bivona la statua della Vergine.

Sempre nel 1750 fu creata, forse a opera dei fedeli che avevano aiutato il giovane sacerdote ad innalzare il tempio, la Confraternita dei “Servi” della Beata Maria Vergine. Una confraternita che, a testimonianza del sentimento popolare nei confronti dell’Addolorata, si è diffusa trasversalmente in tutto il paese, raggiungendo – con i due rami maschile e femminile - i settecento iscritti.

Per fortuna i numeri sono alti, perché solo per muovere il pesante fercolo della Madonna, completo di baldacchino, occorrono ventisei confrati per ogni turno. E’ una sorta di nave che fende un mare di teste che si inchinano.

I confrati indossano l’abitino nero bordato di rosso, fermato alla vita da una cintura di pelle nera e al centro del petto portano un medaglione – tutti pezzi unici naif, ciascuno se lo realizza o se lo fa dipingere in proprio – con il cuore della vergine trapassato dalla lama di un pugnale. Tutti vanno con i sandali, qualcuno ancora a piedi scalzi, e portano un caratteristico fanaletto di ferro dipinto di rosso. Le donne invece indossano solo lo scapolare con il cuore trapassato dal pugnale. Ma sono anch’esse tutte vestite di nero, in lutto profondo: anche il capo è coperto da un velo nero.

Don Giuseppe Toscano non poté godere a lungo sulla terra della sua opera. A trentatè anni – gli anni di Cristo, si dice – morì il 26 luglio 1753. La sua chiesetta – nel frattempo divenuta santuario – è ormai uno dei capisaldi dei riti della Pasqua. Fin dalla sera del Giovedì santo è particolare meta di pellegrinaggi; nel pomeriggio la cerimonia dei fazzoletti: anticamente, uno dei confrati passava sul volto della Vergine i fazzoletti allungati dai fedeli; oggi, dopo il restauro, per evitare di graffiare il viso della Madonna, si distribuiscono fazzolettini benedetti.

Dopo la grande giornata del Venerdì, l’Addolorata torna protagonista la domenica di Pasqua: qui la festa della Resurrezione si conclude con due angioletti che calano da dietro un cielo stellato di compensato per poggiare una corona d’argento sul capo della Vergine sistemata sulla scalinata d’accesso alla chiesa.