Ci sono immagini stampate nella mente, nel cuore. Ed è un bene, specialmente se queste immagini fanno ormai parte del dna di una comunità. Per questo pubblico una cinquantina di fotografie dei nostri riti pasquali che ho scattato nel corso degli anni. Per richiamare alla mente i fotogrammi che ciascuno ha conservate nei posti più reconditi del proprio io. E’ un po' l’effetto vecchia canzone: appena ne avverti le prime note, si ripropone un’intera epoca.Di queste immagini c’è bisogno perché le tre o quattro generazioni che si sono susseguite dal 1940 ad oggi, cioè negli ultimi ottant’anni, in questo 2020 saranno orfane. Hanno avuto ogni primavera un appuntamento fisso e privilegiato con i riti della nostra Pasqua. Con l’orecchio al contrappunto sonoro dei “quarti” e delle “maschiate”, hanno tessuto il giovedì sera tutto il paese per visitare i sepolcri, hanno gremito la matrice il venerdì mattina per l’adorazione della croce, hanno seguito il Cristo nel lenzuolo su fino al Calvario, hanno atteso nel freddo la deposizione, si sono assiepate nella piazzetta di Santo Nicolò per salutare l’Addolorata e assistere all’inizio della processione, hanno percorso le vie del paese con le torce in mano, si sono chinate a baciare i piedi del Cristo morto nella cappella dell’ospedale, hanno riempito le chiese per cantare l’alleluia della resurrezione, hanno affollato la piazzetta dell’Addolorata per pregare con i due angioletti che scendevano a porre nella gloria la corona in capo alla Vergine dei sette dolori.Quest’anno la nostra primavera si gioca sulle privazioni e sui tentativi di alleviare i bisogni di chi è più debole, e su questo torneremo poi, per il resto saremo orfani, e l’appuntamento consueto non ci sarà ed è un fatto dirompente, perché nel corso di sei secoli, ciò è accaduto rarissime volte e quelli storicamente documentati sono tre. Ma quest’anno il vuoto è ancora più rigido. Perché anche le chiese saranno chiuse e ai riti si potrà assistere solo grazie a quella ogni tanto vituperata scatola che si chiama televisione, che si accenderà, grazie alle trasmissioni in streaming, anche nei piccoli centri e a Corleone grazie anche alle trasmissioni di Teleoccidente programmate dal Comitato per il Venerdì santo. Sarà anche questo un modo per spiegare al covid 19 che alla fine vinceremo, che “andrà tutto bene”, pur tra dolori e lutti.Speriamo di rifarci il prossimo anno o magari prima, se l’indicazione del Vaticano per un eventuale spostamento dei riti pubblici il 14 e 15 settembre – feste della Croce e dell’Addolorata – venisse accolta. Intanto spero che queste foto – assieme alle altre centinaia che in questi giorni sono pubblicate – possano aiutare la memoria e una preghiera.
foto di Nonuccio Anselmo
In quest’anno del Signore 2020, anche il nostro Cristo della croce starà a casa il Venerdì santo. Non solo per le note restrizioni, ma anche per evitare che tutto il paese si raduni in un solo luogo, come avviene ogni anno, alzando in maniera esponenziale i rischi di trasmissione del virus, il Comitato per il Venerdì santo ha deciso di cancellare i riti della Pasqua. C’è, come sempre, un piccolo ferro dietro la porta: “se la situazione non cambierà”. Ma, salvo miracoli, è proprio difficile che la situazione possa cambiare. Fino al 3 aprile, tra l’altro, è in vigore il decreto governativo che prevede tutte le restrizioni del momento. Il venerdì santo cade esattamente sette giorni dopo.
L’unica cosa che ricorderà i centenari riti corleonesi sarà l’esplosione dei mortaretti sulla montagna ogni quarto d’ora. All’effetto sonoro, infatti, sarà affidato il compito di ricordare la Passione di Cristo che caratterizza il paese. Una scelta perfetta, perché quei botti hanno una cadenza dettata da una precisa partitura. Con la maschiata di mezzogiorno, i “quarti” (per questo si chiamavano così) sostituivano i rintocchi dell’orologio per i contadini nei campi e per le donne a casa quando possedere un orologio era affare da ricchi.
Poi, seguivano i momenti della salita al Calvario, con le esplosioni a coppia e della crocifissione, della morte del Signore e della deposizione segnati da altrettante maschiate, mentre altre batterie avvisavano dell’uscita e del rientro a casa di Maria Addolorata. Quel racconto sonoro servirà a fare rivivere virtualmente i centenari riti.
L’annullamento della crocifissione sul Calvario, dove “tante fiate” è stata rinnovata la croce, della processione del Cristo e della Bella Madre, con il baciapiedi finale, è un fatto che andrà a sedimentarsi – col corona virus – sui libri di storia. Infatti, per raccontare la sospensione di questi riti dal Quattrocento ad oggi, basta appena mezza mano. L’ultima volta fu un’ottantina d’anni fa, durante l’ultima guerra mondiale, quando tanti giovani erano al fronte, tanti erano gli sfollati e tantissimi erano i dolori, i lutti e le tragedie. Ma allora, anche se non ci furono le proiezioni esterne, la crocifissione del nostro Cristo fu celebrata nella chiesa madre, dove, davanti al portone principale chiuso, fu issata la croce. Ma nell’anno del contagio, anche questa mezza misura non ci sarà. Perché sono stati vietati pure i raduni di carattere religioso. Il nostro Cristo resterà nella sua cassa in attesa di tempi migliori.
Altre tre date sono rimaste nella storia, tutte concentrate nell’Ottocento e legate al siluramento della dinastia Borbone e del Regno delle Due Sicilie. Una prima sospensione avvenne per i moti antecedenti lo sbarco dei Mille. Il re temeva che quei cappucci potessero dare man forte ai rivoluzionari. Forse non aveva idea che la manovra per farlo fuori avesse un respiro internazionale, o forse sì. Ma tra le vittime ci furono anche i cappucci dei “fratelli”, esattamente come ai tempi dell’emergenza mafiosa, quando si ritenne che avrebbero potuto fare un favore ai killer, che invece spiegarono d’essere in grado anche di fare esplodere un’autostrada senza travisamenti.
Sempre all’arrivo di Garibaldi è legata la seconda sospensione, che certamente dovette durare almeno un paio d’anni. Nel 1863, quando i riti tornarono, un documento dei Bianchi recitava: “Per i nostri peccati da più anni ci ha Iddio privati di questi dolcissimi conforti vietandosi sì toccanti funzioni e bella processione dal governo attuale,”
Tra l’altro, questo tra il 1860 e il 1863, è un importante spartiacque nella struttura dei riti corleonesi. Prima della sosta, ci fu il momento di maggiore splendore, con tutti gli elementi che li caratterizzavano. Ma non c’era ancora la statua dell’Addolorata protagonista della processione serale. C’era però ancora la “recitazione”. Erano dei quadri di teatro sacro che scandivano la giornata. Non si sa quale fosse il testo recitato, probabilmente, come si usava e si usa in molti comuni, uno stralcio de “Il riscatto di Adamo” dell’Orioles. Certamente c’erano almeno tre scene. Due recitate sotto la croce dagli attori che impersonavano la Madonna e San Giovanni; un’altra prima di tornare al Calvario per la deposizione, sulla scena costruita in piazza, che rappresentava il pretorio di Pilato, in cui Giovanni D’Arimatea chiedeva il permesso di recuperare il corpo del condannato. Alla ripresa dei riti, nel 1863, di tutto ciò non c’era più traccia e l’attrice che impersonava la Madonna era stata sostituita dalla statua dell’Addolorata, realizzata a metà del Setecento, che nella processione aveva trovato il suo importantissimo ruolo.
L’ultima sospensione di cui si ha notizia è del 1877, quando al governo era da poco arrivata la Sinistra con Agostino Depretis. Lo sappiamo perché, come di consueto, l’8 marzo era stata presentata la richiesta di autorizzazione per la processione. Ma il sindaco aveva comunicato che il sottoprefetto aveva manifestato il “non potersi dar corso perché solo permessa la processione del patrono”. Evidentemente, in quegli anni c’era stata una stretta alle processioni religiose e si dava il via a una sola per ogni paese, quella del patrono.
Ci voleva il covid-19 per una replica che certamente resterà nei libri di storia locale. L’augurio, naturalmente, è di poterci rifare il prossimo anno.
La Settimana Santa di Corleone è stata inserita nel REI, il Registro delle Eredità Immateriali della Sicilia. Un prestigioso riconoscimento per la comunità e il territorio di Corleone. La
Commissione, istituita presso l’assessorato regionale ai Beni culturali e all’identità siciliana, nella seduta dello scorso 28 marzo ha accolto la richiesta del “Comitato Venerdì Santo a
Corleone”. La notizia è stata resa nota dal presidente del Comitato don Vincenzo Pizzitola, al termine della messa in Cena Domini, alla presenza di tutti i rappresentanti delle
Confraternite.
La Commissione per le eredità immateriali ha ritenuto la “Settimana Santa di Corleone” una preziosa testimonianza di un culto ancora attivo in Sicilia e largamente partecipato dalla comunità
locale. I riti pasquali di Corleone sono tra i più antichi in Sicilia, avendo origine da più di cinquecento anni, con il concorso di quattro antiche confraternite locali.
“Siamo molto contenti, i riti della Settimana Santa sono un bene di grandissimo valore religioso, storico, artistico, e identitario, che appartengono all’intera Città di Corleone – ha dichiarato
Don Vincenzo Pizzitola – è un riconoscimento che abbiamo auspicato. La Regione Siciliana ha accolto un’istanza presentata dalla precedente amministrazione del Comitato, guidata dal coordinatore
Leo Pomilla e seguita successivamente anche dal nuovo responsabile Vincenzo Iannazzo. Il progetto è stato realizzato, su input di Giuseppe Puccio, il quale è stato anche curatore e relatore
dell’elaborato di iscrizione, assieme a Leoluca Pomilla, Vincenzo Gallina, Vincenzo Iannazzo e Tanino Castro.
Questo riconoscimento consolida l’evento legato ai riti del Venerdì Santo a Corleone, come grande attrazione e traino turistico di un territorio importante, ricco di tante altre risorse culturali
che meritano altrettanti e prestigiosi riconoscimenti.
I riti della Settimana Santa a Corleone sono stati inseriti nel Registro delle Eredità Immateriali della Sicilia. Un prestigioso riconoscimento arriva per la città di Corleone, la Commissione istituita presso l’Assessorato regionale ai Beni Culturali e all’Identità Siciliana ha così accolto la richiesta del Comitato Venerdì Santo a Corleone. La notizia è stata resa nota ieri sera, dal Presidente del Comitato Don Vincenzo Pizzitola, al termine della messa in Cena Domini, alla presenza di tutti i rappresentanti delle Confraternite.
“Siamo molto contenti, essi sono un bene di grandissimo valore religioso, storico, artistico, e dentitario, che appartengono all’intera Città di Corleone – ha dichiarato il Presidente Don Vincenzo Pizzitola – è un riconoscimento che abbiamo auspicato. La Regione Siciliana ha accolto un’istanza presentata dalla precedente Amministrazione del Comitato, guidata dal Coordinatore Leo Pomilla e seguita successivamente anche dal nuovo responsabile Vincenzo Iannazzo. Il progetto è stato realizzato, su input di Giuseppe Puccio, il quale è stato anche curatore e relatore dell’elaborato di iscrizione, assieme a Leoluca Pomilla, Vincenzo Gallina, Vincenzo Iannazzo e Tanino Castro.
“Esprimiamo il nostro compiacimento anche per la motivazione formulata dalla Commissione regionale – ha detto il tutor del progetto Luca Gazzara – con questo riconoscimento si consolida l’evento legato ai Riti del Venerdì Santo a Corleone, come grande attrazione e traino turistico di un territorio importante, ricco di tante altre risorse che meritano altrettanti e prestigiosi riconoscimenti”. Infine ha esortato il Comitato a continuare a mantenere le tradizioni con immutata partecipazione.
foto di Giuseppe Crapisi
Già l’anno scorso si era verificato un tentativo di furto, poi sventato; in quell’occasione la stola era stata ritrovata prima della celebrazione dell’adorazione della croce che si svolge al mattino. La stola, dotata di un notevole pregio storico, unica nel suo genere e realizzata esclusivamente per l’Adorazione della Croce e Crocifissione è strettamente legata alla celebrazione del Venerdì Santo a Corleone, evento vissuto in maniera straordinaria dalla cittadinanza.
La stola ripercorre la storia del Venerdì Santo, del Santo Sepolcro, la Croce piantata su una pietra con un serpente con la mela in bocca che ricorda il peccato originale, e il legno della Croce che diventa albero della vita e della salvezza e rappresenta i segni della Passione, la colonna, i bastoni con cui venne arrestato Gesù, la mano di Cristo che ferma la spada, il velo della Veronica in cui resta impresso il volto di Cristo, le insegne romane. Nella stola si ravvisa anche la presenza della dominazione spagnola, presente nella Diocesi di Monreale, la famiglia dei Torres che si ravvisa anche nella stola in cui viene raffigurata nell’abito liturgico con tre Torri.
Dopo aver conservato la stola nell’apposito cassetto, com’è solito fare, Padre Pizzitola, il decano della Chiesa di San Martino, si è stupito e sorpreso quando, finita la funzione non ha ritrovato la stola. Il prete ha notato il furto attorno alle 12, 12.30. Il pregiato oggetto è stato cercato anche da altri sacerdoti senza successo. Padre Pizzitola racconta amaramente di essersi recato alla Crocifissione con una stola rossa e diverse persone si sono accorte della mancanza della stola. Le ricerche sono continuate anche nel pomeriggio ma invano.
La notte di Pasqua a chiusura della celebrazione della vigilia il prete ha lanciato un altro appello, denunciando la scomparsa della stola e invitando chi l’avesse presa a restituirla, sottolineando che la suddetta non aveva un valore commerciale e monetario ma piuttosto storico. La cittadinanza si è mossa divulgando e pubblicando innumerevoli foto sui social network e invitando a restituire la stola. Nel corso della “Coronazione dell’Addolorata”, che si svolge la domenica sera, è stato rilanciato un altro appello alla presenza di qualche migliaio di presenti.
Ma ecco la sorpresa, la stola è stata lasciata dal presunto ladro ieri mattina dietro la porta della chiesa su via Verro dentro una busta di plastica.
Padre Pizzitola, trovando la busta, ha pensato che contenesse della carta da cestinare e chinandosi per raccoglierla si è reso conto che la busta conteneva la stola arrotolata.
“La stola rappresenta quindi tutta la Passione – ha commentato Padre Pizzitola – Probabilmente è stata derubata credendo che la stessa avesse un valore commerciabile e miracolosamente ritrovata”.
Il paramento era sparito dopo i Riti del Venerdì Santo, ieri è stato lasciato sulla porta di casa del Decano della Madrice. La stola risalente al periodo dei Vescovi Torres, era stata trafugata anche nel 2015, ma poi il ladro l'aveva nascosta in cassetto temendo di essere scoperto. Un "pezzo" oggetto di grande devozione in paese, il furto aveva provocato grande scompiglio tra i fedeli. Mpnsignor Vincenzo Pizzitola, "Ringraziamo il Signore che ha mosso la coscienza dell'autore.
Dalle 7, ogni quarto d’ora, il silenzio è interrotto dal rombo provocato dallo scoppio di un mortaretto che viene sparato dalla casa detta ‘ri maschi’, che si trova su una rocca in alto, a perpendicolo sul Calvario: è il cosiddetto “sparo del quarto”.
Il sole è già alto quando sul sagrato della Matrice giungono i confrati.
Quando varcano la soglia del portone laterale, in chiesa tutto è già pronto per la solenne liturgia “In Passione Domini”.
Con la celebrazione liturgica della Passione la Chiesa intera rivive, nella fede, la morte del Cristo suo Signore; è il silenzio che domina, misto ad un senso di vuoto: la prostrazione silenziosa dei sacerdoti celebranti esprime il silenzio dell’uomo davanti al mistero di un Dio che muore per amore.
La lettura, a voci alterne, del cosiddetto ‘Passio’ è toccante e coinvolge i cuori.
La chiesa è gremita di fedeli. Tutti si alzano quando dal fondo della navata appaiono i sacerdoti che conducono il simulacro del Cristo coperto da un panno viola.
Piano piano, l’effigie del Cristo in Croce viene liberata dal panno che la occulta.
Sacerdoti, confrati e fedeli si prostrano baciando i piedi del Crocifisso ‘della Catena’, accompagnati da canti penitenziali e inni alla Croce.
La funzione liturgica si avvia alla conclusione. In un ampio locale adiacente l’abside, il corpo del Cristo è adagiato sul lenzuolo che, tra poco, lo sosterrà nella salita al Calvario.
CATALOGO DI FOTO : https://www.ciambra.it/?cat=197
I riti della Settimana Santa, quest'anno sono stati caratterizzati dal nuovo abito della Compagnia di Maria SS del Monte Carmelo, in realtà come puntualizza il Presidente Giuseppe Puccio (nella foto) non si tratta di un nuovo abito ma del ripristino dell'abito da sempre in dotazione della Compagnia. Il nuovo abito e formato dal Saio Bianco con cappuccio sempre arrotolato , un Fratino colore Taneè (marrone scuro tendente al nero) ricamato con filo dorato davanti con una cornice di ghirlande e con l'immagine della Madonna del Carmelo, dietro con una cornice di ghirlande e con lo stemma MDC sovrastato da una corona , il nastro avorio con l'estremità dorata, il cordone colore avorio e guanti bianchi. Esso è frutto di una collaborazione con il Nostro Padre Spirituale Mons Vincenzo Pizzitola e di intense ricerche tra i vecchi Confrati (alcuni abitini sono stati ritrovati) di ricerche in archivio e di consultazione di vecchie foto . Il nuovo abito è stato presentato alla Cittadinanza durante la cerimonia di Benedizione avvenuta in Chiesa Madre giorno 31 marzo 2012 alla presenza di tutti i Confratelli . Grande la curiosità dei fedeli che hanno partecipato ai Riti del Venerd' Santo con relativi apprezzamenti
Nei giorni scorsi dopo un particolare restauro è stata riconsegnata dalla Dott Mancino la statua del Cristo (ligneo) che viene issato sulla croce, la statua è ritornata allo splendore iniziale,tantissimi particolari sono riemersi dopo il restauro voluto fortemente dal Comitato Venerdi Santo a Corleone. Un ringraziamento và alla Provincia Regionale di Palermo che ha finanziato il restauro grazie all' impegno ed all'interessamento del Consigliere Mauro Di Vita .Il restauro è stato seguito dalla Dott. Ivana Mancino , durante il restauro è emerso il pessimo stato di conservazione poichè su di essi non erano mai state effettuati restauri conservativi dalla realizzazione ma solo colorazioni e rattoppi di vario genere .
Riconsegnato ieri alla città l’antico Ospedale dei Bianchi di Corleone. Oggi, dopo diversi anni, il Cristo che sarà posto sulla croce del monte Calvario, uscirà nuovamente dalla Cappella che è stata restaurata. Dalla cappella usciranno anche i confrati della rinata compagnia del “Nome di Gesù”. Al restauro del complesso architettonico esterno, con il rifacimento per intero della copertura, si è arrivati dopo decenni di polemiche tra gli enti proprietari dell’immobile: la confraternita dei Bianchi, La Curia Arcivescovile di Monreale ed il Comune di Corleone. Ieri pomeriggio alla cerimonia di Riconsegna il sindaco Nino Iannazzo ha ringraziato per la disponibilità all’accordo, che ha consentito la messa in sicurezza del complesso architettonico, l’arcivescovo di Monreale, monsignor Salvatore Di Cristina, l’arciprete decano monsignor Vincenzo Pizzitola, l’avvocato Mario Milone, in rappresentanza della Confraternita dei Bianchi, e tutti coloro che hanno collaborato, tra cui le maestranze, ma soprattutto i giovani della compagnia del Nome di Gesù, che hanno tirato a lucido la Cappella da dove oggi è uscito il Cristo in processione. E’ ritornato al suo posto anche il Crocefisso che era posto nel Tabernacolo dell’altare dell’altra Cappella interna dell’Ospedale, detta dell’Oratorio. L’edificio risale al 1400 ed all’interno della terza cappella vi è la tomba di Oddone de Camerana, erede del condottiero che per concessione dell’Imperatore Federico II, ripopolò queste contrade con uomini che provenivano dall’Oltrepò pavese, prevalentemente dalla zona di Tortona. La confraternita diede poi alla città nel 1476 l’ospedale, detto appunto dei Bianchi. L’antica insegna che sovrasta il Portone d’ingresso è stata restaurata dall’artista, pittore ed ebanista corleonese, Dino Paternostro. “A lui va il sentito ringraziamento della città”, ha detto il sindaco Iannazzo nel suo intervento. L’opera di restauro è iniziata con l’ex sindaco Nicolò Nicolosi, che fece inserire nella finanziaria statale 2006 il finanziamento. L’attuale amministrazione comunale ha spostato 600 mila euro destinati alla progettazione per realizzare il tetto, che consentirà ora di effettuare la rimanente parte del restauro in sicurezza. Nel corso dei lavori, lo scorso anno, ignoti hanno rubato il pavimento in maiolica del 1700 della cappella dell’Oratorio. Ieri il sindaco Iannazzo ha invitato gli “ignoti” ladri a restituirlo. Delle maioliche vi sono infatti le immagini ad alta definizione e per ogni singola mattonella si potrebbe essere accusati di furto aggravato e nella migliore delle ipotesi di ricettazzione. Un’immagine del pavimento è stata stampata in un manifesto che è stato presentato ieri, ed affisso alla porta d’ingresso della cappella della Trinità. Questa sera dopo la processione si rinnoverà l’omaggio al Cristo deposto, che sarà finalmente collocato nella nuova cappella restaurata. - 02 aprile 2010- foto tratta dal web
Tra le Confraternite che animano ogni anno la settimana Santa di Corleone, quella dei Bianchi dell’Ospedale (nella foto di Vincenzo Briganti) è certamente una delle più antiche e ricche di storia. Sebbene non sia possibile indicare con esattezza la data precisa della sua nascita, la “Venerabile Compagnia dei Bianchi dell’Ospedale” è da far risalire con ogni probabilità al periodo compreso intorno alla seconda metà degli anni ‘60 del XV secolo. In generale l’intera storia della spedalità del paese in provincia di Palermo è stata sempre connessa all’attività dei Bianchi e dei suoi confratelli. Uomini che, con profonda devozione e spirito di sacrificio, hanno saputo prima realizzare e poi gestire sino alla metà del ‘900, uno dei più importanti complessi artistici e monumentali del paese: l’ospedale dedicato allo “Spirito Santo” prima,e a “Vittorio Emanuele III” dopo. Proprio per questa nobile causa, tra il 1617 e il 1678, la Confraternita decise di allestire la celebrazione del Venerdì Santo, chiamando a raccolta le altre congreghe “Bianche” e trasformandola in una delle più importanti celebrazioni religiose del paese. Un’attività fervida che però ha risentito, con il passare dei secoli, di un progressivo ridimensionamento delle risorse economiche derivanti dalle elemosine. Un processo andato avanti fino al giorno dell’attivazione del nuovo complesso ospedaliero, e la nascita del servizio sanitario nazionale. A questo si è aggiunta la forte ondata migratoria che ha interessato Corleone, soprattutto nel corso del XX secolo, che ha privato la Confraternita dei Bianchi dell’Ospedale di un significativo cambio generazionale. Eppure, da alcuni anni a questa parte, in controtendenza con il passato, si è assistito ad una riscoperta da parte delle nuove generazioni, di quei valori simbolici legati all’attività religiosa di Corleone. Un fatto che ha giovato, in primis, proprio alla Confraternita dei Bianchi dell’Ospedale che dall’inevitabile prospettiva di una estinzione oggi, con l’arrivo di giovani confrati, può guardare con maggior serenità al proprio futuro, e alla tutela di quelle tradizioni che costituiscono il patrimonio culturale inestimabile del nostro territorio.
Il Comitato, ringrazia l'amministrazione Comunale tutta ed in modo particolare il Sindaco Antonino Iannazzo, l'Assessore alla Cultura e Turismo Carlo Vintaloro , l'Assessore all'ambiente Giuseppe Giandalone, per l'impegno profuso affinche venisse realizzata la Sacra Rappresentazione vivente della Passione di Cristo. Si ringrazia la Regione Sicilia ed in modo particolare l'Assessore al Turismo Giambattista Bufardeci e l'Assessore ai Beni Cultura Antonello Antinoro-
Un ringrazimento Particolare và alla Compagnia teatrale Cepros "Pino Palazzo" perchè ha realizzato una rappresentazione spettacolarmente imponente con attori del luogo, nel rispetto rigoroso della verità storica e religiosa, a tutti gli attori, ai tecnici, agli operai e a tutti quanti si sono adoperati per la realizzazione. Una menzione particolare per i Signori Badami Giacomo, Labruzzo Giuseppe, Scalisi Leo, Paternostro Domenico.
Grazie a tutta la Cittadinanza per aver partecipato con ordine e commozione alla Sacra Rappresentazione. Infine Vogliamo ricordare e Ringraziare i Vigili Urbani, il Commissariato di Polizia e l'Arma dei Carabinieri.
Il Presidente del Comitato Venerdi Santo a Corleone
Don Vincenzo Pizzitola
Corleone 22 marzo 2009
Programma:
alle ore 17,00 a piazza S.Lucuzza scopertura della statua e processione del simulacro in Matrice con la partcecipazione di tutte le Confraternite
ore 18,30 Presentazione del restauro del Prof. Gaetano Correnti.
ore 19.00 Celebrazione Eucaristica Celebrata da Sua Eccellenza Mons. Salvatore Di Gristina.
Veneriamo l’immagine o Maria che i Padri nostri ci hanno tramandata
all’antico splendor riconsegnata; rendici nuovi Vergine con Te! Una delle strofe del meraviglioso inno che abbiamo ascoltato, sintetizza tutto ciò che questa comunità sta per vivere questa sera.
Infatti stiamo venerando l’immagine di Maria SS. Addolorata che ci è stata tramandata dai nostri Padri .Per noi corleonesi “A bedda Matri Addilurata “.- Oggi ci viene riconsegnata, dopo
questo restauro, che gli ha fatto riacquistare il suo splendore originale. L’immagine che oggi si pone ai nostri occhi è a dir poco straordinaria; certo anche prima per noi era comunque bella. Ma
la drammaticità che si scorge oggi da questo dolcissimo volto,risulta amplificato rispetto a quello che il velo di fumo e di sporcoche la ricoprivano, ci lasciavano intravedere. I nostri padri ci
hanno trasmesso un amore per l’ Addolorata;in questa statua hanno sempre visto l’immagine, della mamma di Gesù, che soffre, senza mai disperarsi, senza mai scoraggiarsi. Il popolo corleonese, si
è identificato con questa Addolorata, scorgendo nel suo dolore il proprio dolore. Sono circa 260 gli anni trascorsi da quando questa statua è arrivata a Corleone. Quante preghiere; quante
promesse; quante conversioni; quante processioni a piediscalzi; quanti bigliettini nascosti all’interno di questa statua, dove si chiedevano grazie o si affidavano alcuni messaggi (il prof.
Correnti né sa qualcosa). Quanta cera si è consumata davanti a questa immagine; quanti viaggi dei nostri concittadini emigrati, che rinunciavano alle ferie di agosto perpoter partecipare alla
processione del Venerdì santo o alla processione del 15 settembre; quanti fazzoletti passati sul volto per il Venerdì santo; quanti fiori benedetti e distribuiti ai fedeli per l’incoronazione.
Quante grida e pianti, quando nel 1976, a causa delle piena nel fiume San Nicolò, stava per franare la chiesa, quando per mettere in sicurezza, la statua è stata trasferita nella chiesa di Santo
Agostino. Qualche anno fa, quando si partoriva ancora nelle proprie abitazioni, nei parti difficili ci si affidava alla Vergine Addolorata e si correva in chiesa a prendere la spada come segno di
presenza della Vergine; tanto diventò frequente questa devozioneche spesso la statua rimaneva senza spada, e così ne hanno procurata un’altra. Nei lunghi periodi di siccità o di pioggia, di
guerra o terremoto, veniva portata in processione di penitenza con il Crocifisso della Catena o con San Leoluca e San Bernardo. Il 16 settembre 2008, nel primo pomeriggio la nostra Addolorata veniva accompagnata a Misilmeri nello studio del
prof. Correnti, da tanti confrati e consorelle; da allora abbiamo seguito le varie fasi del restauro quasi
settimanalmente. La gente ci chiedeva informazioni, si interessava e voleva sapere, qualcuno
affettuosamente mi diceva “salutami la Madonnina”. Abbiamo organizzato visite aperte a tutti, dove siamo
stati presenti tante persone. Il prof. Correnti ci ha fatto vedere come con un
batuffolo di cotone imbevuto in un semplice solvente riusciva a rimuovere lo
sporco ed il fumo.” Avevate un tesoro nascosto ci ha detto”, dopo i primi
interventi. In queste ultime settimane poi a Corleone, la gente ne ha parlato, ha
commentato, ha fatto girare qualche foto; ed il giudizio è stato senz’altro positivo. Un confratello alla
vista di una foto ha avuto questa espressione: “Mi…ma…… chi si livò u luttu” ?Si è vero la nostra “ Beddamatri Addilurata” si è tolto il lutto. Del resto Gesù è Risolto. E anche
a noi Lei, la Vergine Santissima ci chiede di togliere il lutto, di rivestire le vesti della luce, di abbandonare il peccato,e allora chiediamo alla nostra mamma Addolorata, così come dice,
l’ultimo versetto dell’inno che abbiamo cantato stasera: “Rendici, nuovi Vergine con Te! Amen!.
A nome della Confraternita, voglio ringraziare: Sua Eccellenza l’Arcivescovo; la curia Arcivescovile; la Sopraintendenza ai Beni Culturali, il Prof. Gaetano Correnti e tutti i suoi collaboratori, che si sono entusiasmati, e che hanno accolto le nostre numerose invasioni nel loro laboratorio. Voglio ringraziare la signora Rosanna Di Fresco in Pomilla, per il restauro del prezioso baldacchino in pittura, datato 1934; la signorina Bice Marino per averlo rammendato e ricucito, il Sign. Di Fulco Salvatore per aver restaurato “u scanneddu” e il Sign. Piero Cerrito per aver rifatto il nuovo impianto d’illuminazione. Un grazie al Sign. Sindaco e all’Amministrazione comunale; alle Forze dell’Ordine, grazie ancora al Decano Don Vincenzo Pizzitola, per sua collaborazione e per averci messo a disposizione la Chiesa madre; ai Parroci, alle Confraternite. Le Amministrazioni Maschile e Femminile della nostra Confraternita voglio ringraziare inoltre tutti coloro che sono intervenuti con le proprie offerte economiche; tutti coloro che hanno contribuito con il proprio lavoro e il proprio servizio alla realizzazione di questo restauro: (come sapete per nostra scelta non finanziato da alcun ente, ma dalla confraternita e dalle offerte di voi fedeli); ed infine un grazie di vero cuore al nostro amatissimo Rettore del Santuario Don Giuseppe Provenzano.
Corleone 22 marzo 2009
Il Presidente della Confraternita
Mario Giuseppe Castro
La manifestazione “I Riti della Settimana Santa a Corleone” nasce dalla volontà da parte dell'Amministrazione comunale di promuovere, sia a livello nazionale che internazionale, il territorio di Corleone. Lo dice in un comunicato stampa l'assessorato alla cultura e al turismo del comune, che aggiunge: "La manifestazione è promossa in collaborazione con il comitato “Venerdì Santo a Corleone”, formato dai rappresentanti di tutte le Confraternite che vi partecipano, che grazie alle conoscenze di cui sono depositarie sono state capaci di far vivere e tramandare nei secoli la manifestazione del “Venerdì Santo”. E’ intenzione pertanto realizzare una manifestazione che la valorizzi, attraverso le tradizioni popolari, che da sempre registrano una sentita partecipazione dell’intera comunità cittadina e di tantissimi visitatori. La manifestazione, vedrà protagonisti cultura e tradizioni del nostro territorio, si attuerà con la promozione della cultura e delle tradizioni popolari e con i riti della Settimana Santa 2009".
Questo il programma della manifestazione
PROGRAMMA E LOCATION
Sabato 04 aprile 2009 ore 18.30
Rappresentazione teatrale “La Passione”
sacra rappresentazione vivente per le vie della città di Corleone
Villa comunale, Piazza S. Maria, Largo S. Rocco, Piazza Nascè, Piazza Garibaldi, Piazza S . Agostino e Piazza Asilo
Giovedi 09 aprile 2009 ore 19,00
Messa in "Cena Domini"
Chiesa Madre
Giovedi 09 aprile 2009 ore 21,00
Visita alle sette chiese della reposizione (sette Sacramenti)
Chiese di San Martino, Santa Rosalia Sant’Elena,Santa Maria,
Maria SS delle Grazie, San Leoluca e Maria SS Addolorata
Giovedi 09 aprile 2009 ore 23,00
Adorazione notturna
Santuario Maria SS Addolorata
Venerdì 10 aprile 2009 ore 11,00
Adorazione della Croce
Chiesa Madre
Venerdì 10 aprile 2009 ore 13,30
Processione al Calvario per la crocifissione
Chiesa di San Ludovico
Venerdì 10 aprile 2009 dalle ore 16,00 alle ore 20,00
Visite al Calvario delle confraternite, gruppi e comunità parrocchiali
Cda Calvario
Venerdì 10 aprile 2009 ore 20,00
Deposizione dalla Croce
c.da Calvario
Venerdì 10 aprile 2009 ore 20,30
Processione con l'Addolorata e il Cristo morto per le vie cittadine
Piazza S. Nicolò
Venerdì 10 aprile 2009 ore 24,00 circa
Rito del "baciapiedi del Cristo Morto"
Piazza S. Nicolò
Domenica 12 aprile ore 20,00
Incoronazione dell'Addolorata
Piazza S. Nicolò
NASCONDERSI in
latino si dice lateo, quindi latitare, quindi latitante. Adesso che Corleone non ha più i grandi latitanti di mafia, adesso che Riina e Provenzano non possono più nascondersi nelle botole,
sottoterra e nelle campagne attorno al paese, dove vivevano protetti da fucili e crocefissi, da bombe a mano e da altarini alla Madonna, adesso è a tutti i devoti di Corleone che viene concesso
di rimettersi il cappuccio, di nascondersi, di latitare.
Per
Corleone, liberata dalla mafia, il cappuccio diventa dunque una libertà, un diritto restaurato. In questo senso ha fatto bene il questore di Palermo ad autorizzare la latitanza, a restituire il
burqa maschile del venerdì santo dopo quaranta anni di illuminismo coatto.
E però
secondo noi è la Chiesa che non avrebbe dovuto chiederlo. La Chiesa, così attenta ai segni e ai significati, avrebbe dovuto approfittare di questi quaranta anni di processioni a viso aperto per
liberarsi di un arcaismo devozionale che celebra l'inquisizione e i simboli penitenziali della sua storia peggiore: la controriforma e l'autodafè, le violenze contro gli eretici e le torture, ma
anche l'impunità degli assassini, quelli con i mitra sotto il mantello raccontati nel Padrino di Marlon Brando. Il cappuccio è il berretto calato sul viso dei mafiosi pronti all'agguato,
"picciotti amuninni"; è il passamontagna dei guerriglieri del subcomandante Marcos, è molto più aggressivo delle barbe, ben più spavaldo e arrogante degli stessi simboli
militari.
Perché
la Chiesa sente il bisogno di restaurare questa pratica? Non c'è nulla di più pagano dei cappucci che, come notarono Leonardo Sciascia e Ferdinando Scianna in quel famoso libro del 1965 (Le feste
religiose in Sicilia) hanno carattere espiatorio e dunque tolgono religiosità alla religione, danno alla rappresentazione un carattere strano, eliminano qualsiasi traccia di allegria, non solo
dalla processione, ma dallo stesso Dio, reso cupo come gli umori dei preti inquisitori, controriformatori e in malafede, di cui la Chiesa giustamente si è vergognata e ancora si vergogna, al
punto da avere chiesto scusa a tutti i martiri, alle vittime dei "cani del Signore".
E'
intoltre difficile immaginare una richiesta più intempestiva di questa. Nel momento in cui in tutto il mondo occidentale si discute dell'opportunità di proibire i veli, lo chador, il burqa,
insomma i simboli dell'oppressione islamista contro le donne, come fa la Chiesa a incappucciarsi e a farsi latitante?
E' vero
che sono feste popolari molto sentite, esplosioni collettive dell'anima antica e oscura per un tema liturgico, quello della Passione, che è fatto di infamie: il tradimento (Giuda), l'assassinio
(Cristo), lo strazio della Madre Addolorata (la Madonna). Ed è vero che non esiste nulla di così affollato come le feste religiose della Sicilia spagnola. Si capisce insomma che la Chiesa, in
crisi di vocazioni e di consenso, cerchi la folla. Ma le processioni degli incappucciati non sono i raduni di piazza dei Papa boys, dei ragazzi di Giovanni Paolo II che cantavano e ballavano, ma
sono il loro contrario: sono le palestre del rancore popolare, un concentrato di antichissima ferocia pagana. Nel cappuccio sono infatti depositate tutte le pratiche più lugubri, prescristiane e
anticristiane. E ci sono anche le astuzie del peccato, il nascondimento che permette di consumare l'adulterio narrato da Verga, il masochismo dei flaggellanti, tutto un armamentario devozionale
che è apparentato con le processioni sciite, con il peggio del fondamentalismo e del fanatismo di massa dell'Iran.
Evidentemente
davvero la Chiesa pensa che restaurando tutte le vecchie pratiche, dal latino al diavolo, dalle fiamme dell'inferno al cilicio, dal cappuccio alla scomunica, ritorneranno anche i vecchi trionfi:
la santità, le vocazioni, il consenso. Ma è un'idea meccanica che non ha nulla di civile. Non è certo così che il cattolicesimo può riconquistare la modernità, con l'armeria spirituale della più
cieche rabbie collettive.
Per lo
Stato rimettere il cappuccio ai devoti di Corleone è sì la fine di una discriminazione ai danni della religiosità di quel paese, ma è anche un atto di arroganza contro i cappucci di altre
religioni. Per la Chiesa è un'altra confessione di debolezza. E' ancora una prova della grandissima fragilità di un Vaticano che più si incappuccia e più si imprigiona, più si nasconde e più si
rivela.
foto archivio Vincenzo Briganti - 1976 -
Consectetur adipiscing elit. Inscite autem medicinae et gubernationis ultimum cum ultimo sapientiae comparatur.
Mihi quidem Antiochum, quem audis, satis belle videris attendere. Hanc igitur quoque transfer in animum dirigentes.
Tamen a proposito, inquam, aberramus. Non igitur potestis voluptate omnia dirigentes aut tueri aut retinere virtutem.